Londra – Theatre Time

Posted on 02/27/01 No Comments

Alle ore 17.00, Tea Time.
Alle ore 19.00, Theatre Time.

Di passaggio a Londra con soltanto due serate libere, mi getto subito nella mischia.
Vi è una varietà di proposte che spaziano dal musical, alla pantomima, dalla commedia al puro entertainement, da Shakespeare ad autori classici e moderni con nomi di richiamo di star hollywoodiane per cercare di riempire le sale: Jessica Lange, Macaulay Culkin (il bambino ormai cresciuto di „Mamma ho perso l’aereo“), Daryl Hannah, Jerry Hall, Vanessa Redgrave con il fratello Corin Redgrave. Pare sia la nuova moda per molte star annoiate d’oltre oceano di provare il brivido dei palcoscenici inglesi. Problema che ha suscitato non poche proteste nel Regno Unito da parte degli attori autoctoni.

La scelta cade sul Royal National Theatre e sul Royal Court Theatre, per assistere da un lato a una grande produzione classica, in un teatro classico, con attori classici, dall’altra per presenziare a uno spettacolo appena realizzato, fresco di scrittura, con una compagnia ristretta di sette attori e vedere quali sono i temi pregnanti del nuovo teatro inglese.

Il Royal Court Theatre, situato nella nuova sede di Sloane Square da febbraio del 2000, si è specializzato nel produrre i testi teatrali scritti dalle nuove generazioni inglesi. Sul suo palcoscenico si sono rivelati negli anni 60 autori come John Osborne, Arnold Wesker, John Arden, Ann Jellicoe, NF Simpson e Edward Bond.  Ha prodotto e co-prodotto testi quali „Death and the Maiden“ di Ariel Dorfman, „The Weir“ di Conor McPherson, „The Beauty Queen of Leenane“ di Martin McDonagh, „Shopping and fucking“ di Mark Ravenhill, „East to east“ di Ayub Khan-Din, alcuni dei quali diventati soggetti di film. Ha rivelato una nuovissima generazione di scrittori giovani, Joe Penhall, Rebecca Prichard, Nich Grosso, Michael Wynne ecc. e prodotti i lavori di Sarah Kane, morta prematuramente l’anno scorso. Funge quindi da polo attrattivo per la nuova scrittura di teatro e da fucina per la realizzazione di spettacoli recenti con il lancio di nuovi autori.

Il Royal Court Theatre ha promosso inoltre „The young writers programme“, un laboratorio per giovani scrittori in età fra i 13 e i 16 anni e fra i17 e i  25, della durata di un anno. A questi gruppi viene ammesso chiunque e non sono necessarie esperienze precedenti di scrittura. Il dipartimento coordina e organizza un programma completo di attività educative ed eventi, produzioni, letture e specificatamente progetti di scrittura. I gruppi e i progetti vengono seguiti da scrittori professionisti.

I testi che verranno presentati nella stagione invernale hanno tematiche diverse: „I just stopped by to see the man“ di Stephen Jeffreys, narra il confronto ambito dal leader di un gruppo rock e Jesse Davidson, ultimo componente dei Delta blues singers, morto 14 anni fa; „Spinning into butter“ di Rebecca Gilman affronta il tema del razzismo latente nelle istituzioni liberali dei bianchi; „Credible Witness“ di Timberlake Wertenbaker sviluppa un intreccio di amore e disperazione di una madre partita alla ricerca del figlio scappato e sparito in una terra lontana; „Spirit“ è una creazione collettiva dell’Improbable Theatre che ha per protagonisti tre fratelli in una panetteria mentre aspettano che la loro storia cominci.

La pièce „Mouth to mouth“ di Kevin Elyot, parla invece di omosessualità e di relazioni morbose in una famiglia inglese del sud suburbano di Londra. L’intreccio del drammaturgo è classico come la scenografia composta da ambienti diversi ruotanti sulla scena. Attraverso la figura principale di Frank, uno scrittore omosessuale che si intuisce malato di AIDS, e alcuni flashback di incontro con il suo dottore, si fa la conoscenza con la famiglia di una sua vecchia amica Laura, nel momento in cui il figlio quindicenne rientra dalle vacanze trascorse in Spagna. La riunione di famiglia degenera in uno scontro che sembrerebbe generazionale e che invece ha tinte molto più fosche e forti con un finale drammatico.

I dialoghi sono intrisi di rimandi moderni e spaziano dal comico al drammatico. Gli attori sono straordinari, molto misurati e calibrati, con una grande presenza scenica sia nei momenti divertenti che in quelli tragici e il gruppo è incredibilmente affiatato. Il testo scorre, ma la scena finale che dipana il bandolo della matassa è forzata in una spiegazione verbale poco credibile. Un peccato perché in tutto lo spettacolo l’autore è riuscito attraverso il testo a far intuire e a bilanciare le situazioni senza cadere in chiarimenti semplicistici.

Il National Theatre si trasferiva dall’Old Vic Theatre alla nuova sede della South Bank, un edificio in cemento, esattamente 25 anni fa. Nel 1988 riceveva dalla regina il permesso di chiamarsi Royal National Theatre. E dopo più di un secolo di esistenza affronta con determinazione le scommesse future. Oltre alla produzione classica il teatro ha fondato e sviluppato due interessanti progetti. Un dipartimento educativo, il National Theatre Education, anima tutta una serie di progetti e spettacoli diretti alla gioventù. I ragazzi vengono aiutati e introdotti agli spettacoli con workshop di tre ore gestiti dagli stessi attori che vedranno poi sul palcoscenico. Attraverso questo lavoro diretto i giovani vengono invogliati ad andare a teatro, a partecipare attivamente al processo creativo, a divertirsi attraverso esercizi mirati e giochi, ad affrontare autori classici come Shakespeare o Brecht in un’ottica moderna. Il teatro cerca inoltre di portare le produzioni nei centri suburbani e poveri per raggiungere anche quella popolazione esclusa dal processo culturale. Si sforzano inoltre di adattare i testi affrontando i problemi e le tematiche legate alla società multietnica della capitale.

Un’altra sfida è legata alla nuova generazione di scrittori e registi. The Studio è un laboratorio di ricerca e sviluppo e provvede a trovare spazi inusuali in cui gli artisti possono sperimentare e sviluppare le loro capacità. Punto centrale nel lavoro è la scommessa con la nuova scrittura e gli incontri promossi con letture di testi, workshops, sessioni con autori noti e l’assegnazione di borse.

La grossa produzione „The Cherry Orchard“ (Il giardino dei ciliegi) di Anton Checov, con un cast di ventuno attori, della durata di tre ore e dieci minuti riesce a coinvolgere grazie a un ottimo lavoro di gruppo, azione e ritmo. La scenografia è scarna e su tutto troneggia come una spada di Damocle un’enorme installazione sorretta da una grande cornice di legno in cui si scorge in tridimensionalità il giardino dei ciliegi. La luce sullo sfondo del grande quadro alterna il ritmo della giornata e implica lo scorrere inequivocabile del tempo.

La regia di Trevor Nunn, direttore del Royal National Theatre, riesce a focalizzare anche il lato comico della pièce di Checov, che d’altronde viene definita dallo stesso autore russo una commedia in quattro atti. Nel finale viene però dato troppo peso alla morte del vecchio servo, dimenticato da tutti nel trambusto della partenza e chiuso nella casa ormai venduta con la proprietà. Un finale volutamente opprimente che però stride e indebolisce la leggera e commovente  scena della partenza definitiva dalla casa della loro infanzia dei due fratelli, molto più toccante che il finale stesso. Vanessa Redgrave è una perfetta lady del palcoscenico, una star generosa con una grande sensibilità per il resto del gruppo, indubbiamente il motore che ha trainato la compagnia e l’attore che rimpiazzava il fratello dell’attrice stessa, assente per malattia. Il tutto eseguito con grande tatto e rispetto per il lavoro degli altri. Il cast è composto da eccellenti attori e la perfetta sincronia e capacità di lavorare insieme ha reso la serata estremamente avvincente e interessante.

A Londra si respira un’atmosfera particolare e malgrado la città conviva con molti problemi legati alla ricchezza e povertà, alla convivenza di etnie culturali diverse, agli scontri razziali, questa internazionalità e multiculturalismo sono sicuramente un aspetto determinante e vincente e un motore trascinante per il futuro culturale e artistico della grande metropoli. E mentre si agghinda di nuove proposte architettoniche e culturali come il Tate Modern, la nuova galleria di arte moderna situata sulle rive del Tamigi in una vecchia centrale elettrica, la Great Court nel British Museum, una copertura trasparente con al centro una sala di lettura circolare, il Milleneum Bridge, un armonico ponte pedonale tuttora chiuso dopo l’inaugurazione per problemi di oscillazione, il London Eye, una ruota panoramica alta 135 metri, anche il teatro fa i suoi passi e si adegua ai tempi. Cerca di favorire le nuove generazioni di scrittori, registi, attori, sviluppa nuove proposte e strategie per portare la gente a teatro, investe grandi energie per avvicinare i giovani ai classici e a interessarli all’arte scenica. Soltanto il futuro saprà confermare e ricompensare gli sforzi intrapresi da molti operatori della cultura statale e privata odierna che vogliono rinnovarsi e sono pronti ad accettare le sfide del nuovo millennio. Grazie a loro e alla loro instancabile ricerca i teatri possono sperare in opere, artisti e pubblico futuri. Altrimenti della grande tradizione inglese resterà soltanto il tea time.

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