Profumo di palcoscenico

Calcare le scene è un desiderio che nasce e che muore a più riprese. Rimane impigliato nella memoria e soprattutto nell’odore. Dai cinque agli undici anni il mercoledì è riservato alle lezioni di balletto classico.

Se la memoria scandaglia ritrova nel fondo soprattutto gli odori pregnanti della sala di prove, delle scarpette da mezza punta, di quelle ambite da punta, del tutù bianco. Più tardi quello inconfondibile del palcoscenico e delle luci accecanti durante piccole tournée compiute come gioco in alcune località. Poi una malformazione ai piedi interrompe il gioco. Vietate le scarpette, vietate le lezioni, vietate le tournée. Il ricordo s’inabissa sovrastato da altre consolazioni, da altri passatempi.

Terminata la scuola dell’obbligo e la scuola magistrale, mi arrabatto con le prime supplenze e lotto contro una certa insoddisfazione che non riesco a focalizzare. Una necessità vitale che ristagna e che si affievolisce con il passare del tempo. Finché il contatto con bambini gravemente handicappati  mi spinge a cercare di esplorare attraverso il corpo dei mezzi di comunicazione non legati al linguaggio verbale. La scelta cade su un corso organizzato dal Teatro Dimitri e nel contempo la scoperta della scuola scombussola il mio quieto vivere e riporta alla superficie odori pregnanti e quasi dimenticati. Senza alcun ripensamento mi iscrivo contemporaneamente agli esami di ammissione.

Tre giorni di avvicinamento alle varie discipline, esercizi, test di idoneità e poi fra ottanta aspiranti vengo accettata con altri ventisette candidati ai primi tre mesi di prova. Trascorso il periodo fatidico viene affisso all’albo il verdetto : il mio nome figura tra i quattordici ammessi a continuare la scuola. Così parte l’avventura del primo anno in cui vengono impartite lezioni di danza classica e moderna, pantomima, improvvisazione teatrale, voce, ritmo, studio di ruoli, acrobazia, jonglage. Dopo quel primo anno ho una crisi di rigetto. Non riesco a focalizzare il senso di quelle interminabili giornate passate a martoriare il mio corpo con esercizi impossibili, a immagazzinare teoria, a contrarre la pancia, a rilassare la pancia, a respirare con la pancia. Sono sfinita. Il villaggio di Verscio inizia a soffocarmi, la vita quasi monacale mi snerva, la lingua tedesca mi diventa ostica, la ferrea disciplina mi opprime. Annaspo e mi dibatto nell’incertezza. Unica soluzione possibile: la fuga.

Annuncio la mia intenzione di andarmene. Nel frattempo devo preparare un lavoro personale da presentare davanti al pubblico sul tema ”sorpresa”. Senza rendermene conto lavoro di fantasia, creo, preparo, provo e alla fine la vera sorpresa la vivo io nel rendermi conto quanto ho imparato e quanto riesco a mettere in pratica dagli insegnamenti teorici ricevuti.

Adesso so. Capisco che ho scelto per me la scuola giusta e riesco a intravedere in un futuro ancora incerto e nebuloso la strada che intendo percorrere.

Dopo tre anni di lavoro intenso, alcuni workshop con docenti esterni alla scuola, un lavoro finale basato sull’improvvisazione teatrale, ottengo il diploma. E’ soltanto l’inizio di un lungo cammino che mi porterà a svolgere la professione con ostinazione e perseveranza.

Non tornerò indietro. Fra alti e bassi, fra tentativi riusciti e mal riusciti, fra tradimenti con la televisione che poi abbandono, fra scrittura e lettura, fra spettacoli da sola e in gruppo il teatro mi è indispensabile come l’aria che respiro. Soltanto in quell’aria ritrovo gli odori pregnanti racchiusi nella mia memoria e ogni volta sul palcoscenico provo la felicità di non aver tradito i sogni della bambina che sono stata.

pubblicato su „PASSAGES“ della Fondazione per la Cultura Pro Helvetia, 1999


UA-17737382-5