Egitto – Cultura in armatura

Posted on 05/03/02 No Comments

Invitati alle “Giornate culturali” ad Assiut, in Egitto centrale, (organizzate dal Goethe Institut e da Pro Helvetia) e al teatro Hanager al Cairo per due altre rappresentazioni, partiamo per una tournée che si rivelerà alquanto insolita.

La partenza da una sonnacchiosa Lugano è indolore. Tutto funziona perfettamente. Il bus viene a recuperarci alla sede della compagnia all’orario prestabilito, il check-in del nostro bagaglio in sovrappeso già preventivato viene caricato sul nastro trasportatore, l’aereo decolla in punto e le hostess premurose ci offrono caffè e croissant. Una sosta a Zurigo e nella serata, verso le sei, arriviamo al Cairo. Il pilota si scusa di non poterci far vedere dall’alto le piramidi, ma la sua traiettoria per l’atterraggio discosta dal luogo ove troneggiano Cheope, Chefren e Micerino.

L’Egitto, che richiama tante immagini così esotiche, è una striscia di terra laddove il Nilo lo nutre. Il paese abbraccia una superficie di un milione di chilometri quadrati, mentre i 55 milioni di popolazione sono concentrati su un 4% dell’intera superficie. All’aereoporto ci aspettano. Tutto è stato organizzato. Un bus ci porta all’appartamento a noi riservato con l’andatura tipica dei paesi orientali. Due carreggiate sono segnate sull’asfalto, però i veicoli si ammassano in tre e perfino quattro file, affiancandosi, suonando il clacson in continuazione, sfiorandosi. I pedoni zigzagano fra le vetture con sorprendente agilità e sicurezza. Pare impossibile riuscire a bucare quel traffico soltanto con l’ausilio di due gambe. Agli incroci i vigili osservano quel caos con indolenza. Semplicemente osservano, ogni tanto allungano una mano pensando ad altro, ricevono improperi e strombazzate dagli automobilisti se l’attesa si fa troppo lunga e si salvano all’ultimo momento al lato della strada, distratti dalla calura e dalla routine.

Il giorno seguente siamo pronti per il viaggio che ci porterà ad Assiut (Asyut) capoluogo dell’omonimo governatorato. Avevamo proposto il viaggio in treno, memori di un’altra bella esperienza di tournée in Egitto, durante il viaggio dal Cairo ad Alessandria. Ci avevano risposto che era meglio il tragitto su strada. Veniamo caricati con il nostro materiale su un pulmino e raggiungiamo così la strada che affianca le piramidi e proseguiamo verso sud. Il governatorato di Assiut si trova a metà della valle del Nilo e si estende in lunghezza per 120 km lungo le sue rive.

La città di Assiut si trova a quasi 400 km dalla capitale egiziana. Il percorso si snoda nel deserto. A lato sabbia sconfinata che cambia colore e forma regalando immagini sempre nuove e affascinanti. Raggiungiamo un primo posto di blocco militare. E da questo punto fino alla nostra destinazione viaggiamo a rilento preceduti da un carro armato o da una camionetta militare. Alla nostra sorpresa viene data una spiegazione vaga: per questioni di sicurezza è meglio per i turisti essere accompagnati da un convoglio militare. Il pensiero corre automaticamente al massacro di Luxor del 17 novembre 1997, ma da allora non sono più avvenuti atti terroristici contro turisti. I militari sbucano a turno dalla cupola della torretta del carro armato per prendere aria. Ognuno di noi si chiede che cosa accadrebbe realmente se fossimo attaccati in pieno deserto da un gruppo terroristico. Il carro armato che ci precede ha una solida armatura, il nostro pulmino a confronto sembra di marzapane, siamo scortati quindi siamo turisti o comunque persone da proteggere, i militari sono armati, noi siamo disarmati, intorno a noi vi è solo deserto. Chi sarebbe attaccato e liquidato facilmente? Ad ogni posto di blocco ci dobbiamo fermare e ci viene data una nuova scorta.

Arriviamo in serata alla città di Assiut. Crediamo che l’incubo sia cessato e invece adesso ci ritroviamo schiacciati fra ben due camionette piene di militari armati fino ai denti che ci scortano fino all’albergo. Si può soltanto sbirciare ai lati per osservare le strade, i negozi e la gente. Risiediamo all’interno del distretto dell’università, fondata nell’ottobre del 1957, con facoltà di scienza, ingegneria, educazione, medicina, commercio, legge. Il grande albergo dove veniamo alloggiati è in fase di ultimazione. Dopo la cena e dopo aver discusso i dettagli ci ritiriamo arrendendoci alla stanchezza e lottando contro le zanzare.

Il giorno seguente vogliamo recarci nella sala del teatro, che ha una capienza di trecento posti, per verificare gli impianti tecnici. Veniamo bloccati da body guards che comunicano con walkie-talkie fra di loro, finché non è organizzato un nuovo convoglio militare che ci accompagna. Gli organizzatori ci sembrano fin troppo premurosi. Lasciamo partire il nostro tecnico e decidiamo di andare in città a mangiare un boccone. Alla ricezione ci chiedono gentilmente cosa vogliamo mangiare. Possono offrire pizza che ci sarà portata in camera. Al nostro diniego, poiché vorremmo pranzare in città, ci viene comunicato che non possiamo uscire dall’albergo. Purtroppo per questioni di sicurezza non possiamo lasciare l’albergo fino al momento di recarci in teatro per la rappresentazione. Sconsolati mangiamo una pizza fast-food e segregati nella grande hall con una fontana zampillante al centro, ci chiediamo come mai tutto questo apparato militare per delle giornate culturali. Veniamo così a sapere fra le righe che Assiut è un centro dei fondamentalisti, che a nessun turista è permesso di viaggiare nel governatorato, che persino il viaggio in treno è proibito a stranieri, che le ambasciate sconsigliano di recarsi in questa zona.

Veniamo caricati sul solito pulmino, come l’interno di un sandwich fra camionette di militari e polizia, veniamo scaricati al teatro, ci prepariamo con una strana sensazione di paura. Mai nella mia vita artistica ho provato quello che sentito sul palco del Palazzo Culturale di Assiut, davanti a delegazioni di uomini politici locali, ministri della cultura e dell’educazione egiziani, ambasciatori svizzeri, austriaci, tedeschi, addetti culturali del luogo e dei paesi stranieri, pubblico locale, convenuti ad assistere alla nostra rappresentazione dell’Odissea. Noi due, soli sul grande palco, pienamente e bellamente illuminati, abbiamo recitato con la netta sensazione di essere in quel momento soltanto due bersagli umani. Abbiamo recitato e nello stesso tempo osservato la porta sul fondo della sala aprirsi e chiudersi per far entrare nuovi spettatori, attirati dallo spettacolo o magari accorsi con altre intenzioni. Abbiamo continuato a impersonare le vicissitudini di Ulisse e davanti a quel buco nero, anonimo, numeroso, pulsante, abbiamo avuto entrambi la sensazione di poter essere tranquillamente presi di mira, io con un colpo fra gli occhi, Markus con un colpo al cuore. E abbiamo continuato cercando di celare il nervosismo e l’ansia e l’impotenza fino agli applausi finali.

Ad attenderci fuori del teatro vi erano molti giovani, studenti, spettatori che ci hanno avvicinato per avere un contatto, per parlare, per dimostrare il loro interesse e la loro gratitudine. Non abbiamo avuto tempo per comunicare con loro, siamo stati caricati, scortati e rilasciati in un luogo sicuro.

Il giorno seguente il rientro al Cairo, stesso tragitto all’inverso, stesse scorte militari, stessi posti di blocco, stesso deserto che cambia volto ad ogni occhiata e ad ogni riverbero di luce.

Al Cairo l’esperienza è stata positiva, ma il ricordo. di Assiut ci ha perseguitato anche nella splendida metropoli.

Completamente a digiuno di qualsivoglia informazione ci siamo trovati catapultati in una rassegna che avrebbe dovuto essere all’insegna della cultura. Sto ancora rimuginando che senso abbia il voler imporre la nostra cultura in luoghi che forse semplicemente non la desiderano. E’ più fruttuoso e sicuramente più difficile allacciare contatti con artisti del luogo, conoscere la loro cultura, approfondire i bisogni reali della gente, creare incontri e forse allora diventerà una necessità l’organizzazione di giornate culturali che vadano nei due sensi. Altrimenti diventa tutto una forzatura. E quando la volontà uccide l’intenzione ci si ritrova poi a voler a tutti i costi creare un evento culturale che sembra piuttosto, come in questo caso, un incontro voluto per spianare divergenze e per ottenere privilegi politici o finanziari. Cultura ha per me un significato di scambio e non di esportazione. L’unico scambio è avvenuto con il pubblico durante la rappresentazione, ma al di fuori di quel momento privilegiato, il resto, è stato sterilità. Abbiamo indossato i camici, i guanti, siamo stati disinfettati e siamo entrati in una sala operatoria con la mascherina calata sul naso. Non c’è stato scambio di batteri, né contatti epidermici, né possibilità di comunicazione. Ogni lettino, ogni strumento, ogni apparecchio, ogni paziente erano ricoperti da un lenzuolo per sottrarli alla nostra vista e ai nostri sensi.

Cultura?

Questa esperienza, anche se per versi positiva, si può riassumere in un’immagine che si traduce in tre semplici parole e che si riallacciano alle vicissitudini di Assiut: cultura in armatura.

UA-17737382-5